(NO SCORIE Puglia e Basilicata)

Bisogna sapere che:
l’Italia non è un paese denuclearizzato. Nel 1987 il referendum non proibì la costruzione di nuove centrali sul nostro territorio: rese solo più complicato il loro insediamento e anche se tra il 1990 e il 1991 le 4 centrali atomiche furono spente, e fu ordinato ad ENEL di disattivarle, quell’iter non si è ancora concluso, lasciando vigenti su quei siti le prescrizioni nucleari degli anni ’70 e ciò nonostante la schiacciante vittoria degli italiani conseguita con il Referendum del 2011 con l’abrogazione  delle norme che prevedevano la costruzione di centrali nucleari, oltre che una revisione della strategia energetica del Paese.

Non c’è alcuno smantellamento in atto, ma solo la tenuta in sicurezza di 4 vetuste centrali atomiche e 5 obsoleti laboratori di ricerca nucleari. Impianti costruiti a pochi metri dalle rive dei fiumi dove sono stoccate, in pessime condizioni di sicurezza, 28.000 metri cubi di scorie radioattive e più di 1.000 tonnellate di combustibile nucleare. Il quantitativo totale dei rifiuti radioattivi italiani, è stimato attualmente, in forma condizionata, in circa 120-150.000 m3. Quella inutile avventura è costata finora alle finanze pubbliche circa 26 miliardi di Euro.

Nel 1999 il governo Prodi creò la SOGIN  (Società gestione Impianti Nucleari) per smontare quelle centrali, anche se in realtà tale Società Pubblica nasce per eliminare il “ramo secco” del nucleare, che costava all’ENEL centinaia di miliardi l’anno. E anche se l’idea corrente era quella di chiuderle a fine vita e aspettare almeno 100 anni, la SOGIN lo avrebbe fatto in 20 anni! Lo chiamarono “smantellamento accellerato” e così l’Italia, un paese che aveva abbandonato l’atomo 20 anni prima, sarebbe stato il primo paese al mondo a praticarlo!

Una missione impossibile, costata finora più di 1.200 milioni di Euro, interamente versati nelle casse della SOGIN dalle famiglie italiane grazie ad una tassa che grava sulla loro bolletta elettrica, alla voce (fraudolenta e ingannatrice) “A2 oneri di sistema”.

L’unica verità è che in Italia esiste una lobby nucleare. Un “potere forte” che ha un solo scopo: la realizzazione - ieri come oggi - di cattedrali nel deserto, come il Deposito unico nazionale per lo stoccaggio delle scorie, per garantire anni di commesse milionarie agli industriali.  Ci preme sottolineare, perciò, come l’attuale Governo italiano stia operando scelte sbagliate con l’unico obiettivo di percorrere definitivamente la strada del nucleare in Italia. Regioni come la Sardegna, la Puglia e la Basilicata, pur non avendo mai posseduto centrali, sono tra i più probabili candidati ad ospitare il sito unico di stoccaggio di rifiuti nucleari altamente radioattivi, la cui pericolosità si abbatte nei secoli o nei millenni. Le operazioni di smantellamento delle centrali ormai ferme, dei siti inquinati di Saluggia in Piemonte e di Trisaia in Basilicata, le opere di costruzione del “deposito nazionale dei rifiuti radioattivi” rappresentano una grossissima impresa finanziaria.

Allo stato delle cose, si ipotizza, per il deposito di scorie di I e II categoria, una spesa di un miliardo e mezzo di euro che, sapendo come vanno le cose in Italia, lieviteranno all’infinito. Del deposito unico si parla da tempo e, nonostante vi sia una mappa già pronta dei probabili siti, si stenta a renderla pubblica per opportunità elettorali.

Comunque, dopo un’attesa durata circa 6 anni, il 5 gennaio 2020 la SOGIN S.P.A. ha pubblicato la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (in sigla CNAPI) dove collocare un deposito unico di scorie nucleari; una costruzione in cemento armato di ben 110 ettari, alto oltre 20 metri e profondo oltre 10 metri.
Una discarica nucleare in cui saranno depositati:

Una soluzione che comunque non sarà definitiva! Il deposito è progettato per durare circa 100 anni. Dopo questo periodo di tempo la SOGIN immagina (con tanta fantasia) di depositare queste scorie nel sottosuolo a profondità degne di un romanzo di Jules Verne.

Tra le 67 aree individuate, ben 17 si trovano tra la Puglia e la Basilicata, principalmente nei comuni di Genzano di Lucania, Oppido Lucano, Irsina, Gravina in Puglia, Altamura, Matera, Laterza, oltre che Bernalda e Montalbano Jonico.

Tali aree sono state individuate tenendo conto della Guida Tecnica n. 29 dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ed utilizzando, almeno così dichiarano, “dati pubblici validati e omogenei sul territorio nazionale”. In sintesi nella carta si individuano 15 “Criteri di Esclusione” (CE) e 13 “Criteri di Approfondimento” (CA). 

Il 14 dicembre 2023 la SOGIN pubblica la cosiddetta CNAI (Carta Nazionale Aree Idonee): ridotte da 67 a 51 i siti idonei in Italia mentre quelli tra Puglia e Basilicata passano da 17 a 14. Alcune di questi siti dovrebbero essere esclusi in quanto compresi nelle aree delimitate del GEOPARCO.

Il 13 ottobre 2023, invece, si è conclusa, con il rilascio di “9 raccomandazioni, 10 suggerimenti e 1 buona pratica”, la missione ARTEMIS (Servizio di revisione integrata per la gestione, smantellamento e bonifica dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito), gestita da esperti internazionali, i quali hanno ritenuto:

“Prioritaria la necessità di accelerare i tempi per l’approvazione del Programma Nazionale 2023, che prevede lo smaltimento geologico, come destinazione finale del combustibile esaurito e dei rifiuti ad alta attività radioattiva. L’invito è a rivedere, ove necessario, il calendario per l’attuazione del Programma Nazionale, confermando che sia effettivamente realizzabile; dovranno altresì essere assicurate le necessarie tempistiche per le valutazioni di sicurezza che la SOGIN dovrà predisporre e l’ISIN verificare ai fini del rilascio dell’autorizzazione alla realizzazione del Deposito nazionale”.

La prima, rilevante contraddizione, riguarda la stessa struttura del sito per lo stoccaggio delle scorie di terza categoria (la cui emivita è calcolata in migliaia di anni). Se prima, la SOGIN comunicava ufficialmente di costruire un unico deposito, in sopraelevazione (grande 5 stadi di calcio) in cui allocare, insieme, scorie di prima, seconda e terza categoria, ora, invece si indica la necessità di utilizzo di un deposito geologico e quindi interrato, almeno per le scorie più pericolose.

Non si comprende, perciò, come a fronte della sopravvenuta prescrizione dello smaltimento geologico dei rifiuti più pericolosi, si possa continuare a ritenere potenzialmente idonee, aree in origine individuate per l’indifferenziato stoccaggio di superficie, senza che via sia traccia di un approfondimento istruttorio.

La seconda contraddizione riguarda la stessa pubblicazione della CNAI, parte finale del procedimento di consultazione pubblica (si fa per dire “pubblica” perché seguita solo da poche visualizzazioni su YouTube!) e voluta entro la fine del 2023 dal Ministero, che ha “intorbidito” ulteriormente le acque di un procedimento già di per sé ambiguo e discutibile. 

Queste, in definitiva le novità che è possibile rilevare, fino ad ora, circa l’iter contradditorio e per nulla trasparente gestito essenzialmente dalla SOGIN.

Già nel 2003 la SOGIN tentò di avviare (unico paese al mondo) lo “smantellamento accellerato” delle quattro centrali nucleari italiane e la costruzione di un deposito unico di scorie nucleari a Scanzano Jonico, la risposta delle comunità lucane e pugliesi fu così forte da costringere il governo e la SOGIN a fare marcia indietro. Da allora non sono mancate altre connessioni tra queste due comunità, seppure principalmente dovute alle minacce ambientali e alle bombe ecologiche che le interessano: dalle trivellazioni petrolifere all’inquinamento delle acque (superficiali e sotterranee), all’ex-ILVA, alle servitù militari.

Adesso, come accaduto negli anni passati, è il momento di rafforzare queste connessioni e di estenderle a tutti i territori e le comunità potenziali destinatari della discarica nucleare.

È necessario sottolineare come le relazioni tecniche che descrivono le aree ritenute idonee presentino non pochi limiti e altrettante criticità. Solo per fare alcune esempi relativi alle aree murgiane: una è collocata al confine del Bosco Difesa Grande di Gravina (una dei siti più ricchi di fauna e biodiversità dell’intera Regione), altre si collocano a pochi chilometri dei tre parchi  (Alta Murgia, Murgia materana e Parco delle Gravine di Ginosa e Laterza…), un’altra a soli 120 metri dai SIC (Superficie di Interesse Comunitario) e ZPS (Zona di Protezione Speciale), Per non parlare di sismicità, di presenze idrografiche importanti sia superficiali che sotterranee oltre che di aree archeologiche...

In relazioni a tali problemi si sono attivate una serie di iniziative che hanno coinvolto attivamente una miriade di associazioni di base che operano nei territori, dal Piemonte alla Puglia e alla Lucania, a volte in sinergia con gli Enti locali e, dove ciò non è stato possibile, in forma autonoma. In queste ultime regioni è nata fin da subito creata dal basso una rete NO-Scorie che ha avuto come primo obiettivo la necessità di informare le comunità e i produttori agricoli delle aree interessate che nulla sapevano dell’intera questione. Così come hanno fatto gli Enti territoriali, anche il coordinamento ha elaborato e inviato le Osservazioni, consapevoli però che a valutarle (ammesso che lo si sia fatto seriamente) non è stato un organismo istituzionale terzo ma la Sogin cui spetta anche il compito di progettare, costruire e gestire il deposito unico (sic!).  

Tuttavia, non vanno taciute altre grandi criticità: l’Italia, lo ribadiamo, possiede circa 150 mila metri cubi di materiale radioattivo, di cui 15 mila di terza categoria (la cui emivita di calcola in centinaia e migliaia di anni). Nessun luogo del territorio nazionale, per le condizioni geomorfologiche del suolo, potrebbe ospitare, in sicurezza, un tale deposito.

L’Europa ci dice di mettere in sicurezza i circa venti siti di deposito temporaneo di scorie nucleari presenti sul territorio nazionale (di cui l’80% nelle regioni settentrionali). Non ci obbliga alla costruzione di un unico deposito. Il fatto è che in Italia, nonostante il referendum con il quale la quasi totalità degli italiani dissero No a quella sciagurata avventura, vi è una potente lobby nucleare che, intanto vorrebbe dar vita a questo progetto di miliardi di euro…, e poi chi vivrà vedrà.  Il parco tecnologico che si vorrebbe costruire annesso al deposito unico, per esempio, è solo uno specchio per le allodole. Bisognerebbe invece investire nella ricerca nei tanti istituti e laboratori eccellenti presenti in Italia dove già non si fa nulla per sostenere i ricercatori precari che non di rado emigrano per mancanza di fondi e di investimenti adeguati.  

La posta in gioco è molto alta, perciò occorre vagliare attentamente le ipotesi della SOGIN attraverso uno studio tecnico scientifico in grado di quantificare l’impatto che la presenza del deposito di scorie nucleari avrebbe sulle molteplici forme di investimento messe in atto dalle nostre comunità in direzione della sostenibilità economica e ambientale e, soprattutto, della ricaduta sui delicati equilibri degli ecosistemi fisici e biologici delle aree interessate.

Lungi da noi la volontà di affermare una sorta di “egoismo territoriale” per cui sarebbe preferibile comunque costruire altrove il deposito in questione…, bensì occorre, al di là dei confini geografici, favorire un confronto più ampio possibile al fine di pervenire ad elaborare proposte sensate e assumere collettivamente impegni e responsabilità. Tutto questo perché, comunque finirà questa vicenda, la costruzione del deposito unico rappresenterà una “eredità senza testimoni”, in quanto forse nessuno dei contemporanei più adulti vedrà mai l’opera completata. La nostra responsabilità è per questo ancora più grande nei confronti dei giovani e delle generazioni che verranno…


Vai al dossier per approfondire i temi della Marcia Gravina-Altamura 2026