(Michele Lucivero)

La militarizzazione del territorio pugliese attraverso l’imponente cessione del nostro suolo a servitù orientate a scopi bellici ha una potente ricaduta nell’ambito della formazione e dell’istruzione. Sia per legittimare la perdurante presenza militare, storicamente incompatibile per una terra vocata al pacifismo e alla preservazione del fragile equilibro ambientale, sia per normalizzare la guerra in funzione del sostegno concreto e ideologico allo sforzo bellico attuale del nostro Paese in conflitti armati, come quello in Ucraina e quello in Palestina, da qualche anno assistiamo in Puglia, come in tutta Italia, ad una martellante retorica di guerra che parte delle scuole, dall’infanzia fino alle superiori, e si diffonde inesorabilmente nelle università in tutta la società civile. 

Già da diversi anni l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha cominciato a registrare e denunciare una indebita invasione di campo all’interno delle scuole da parte di rappresentanti delle forze armate addirittura in qualità di “docenti”, impegnati nel tenere lezioni su vari argomenti (dall’inglese affidato a personale NATO fino a tematiche inerenti alla legalità e alla Costituzione). Tale ingerenza da parte dei militari è stata possibile, in realtà, perché a partire dal 2015 il Ministero dell’Istruzione (diventato poi Ministero dell’Istruzione e del merito) ha sottoscritto dei protocolli con il Ministero della Difesa per svolgere percorsi di Formazione scuola-lavoro (ex PCTO) direttamente nelle basi militari o nelle caserme, esautorando i/le docenti dalla democratica partecipazione alle iniziative didattiche di carattere pedagogico delle proprie scuole. 

E la Regione Puglia non si è sottratta a queste iniziative, anzi, oltre alle progettualità che discendeva direttamente dai protocolli nazionali e dal Programma di Comunicazione del Ministero della Difesa, una vera e propria tabella di marcia della presenza militare nelle scuole, nella nostra Regione si è proceduto addirittura alla stesura di accordi specifici tra scuole e caserme. Ciò è accaduto a Molfetta (BA), dove nel febbraio del 2025 l’Osservatorio ha denunciato la firma di un Protocollo d’intesa tra la locale Associazione Eredi della Storia benemerita e il Liceo Scientifico OSA “R. Levi Montalcini” finalizzato a far entrare i militari all’interno della scuola con l’obiettivo specifico di fare reclutamento di quei 40.000 soldati mancanti, come ha chiaramente affermato il Generale Carmine Masiello e come, in fondo, anticipato dallo schema di legge diffuso nel giugno 2026 dal ministro Guido Crosetto che prevede l’istituzione di una riserva militare volontaria.

Sempre a Molfetta, città nella quale don Tonino Bello aveva svolto il suo vescovato, proprio nella scuola a lui dedicata, l’IIS “Mons. A. Bello”, nel febbraio 2026, sempre l’Associazione Eredi della Storia benemerita, che si scapicolla per portare nelle scuole vicende di combattenti e decorati al valor militare, promuove l’iniziativa “Valori in divisa” con l’Esercito italiano, una vera e propria propaganda per normalizzare la guerra nelle nostre scuole…chissà cosa avrebbe pensato don Tonino, protagonista indiscusso e purtroppo dimenticato del pacifismo pugliese davanti alla notizia che proprio in una scuola a lui dedicata si sia svolta una progettualità tutt’altro che pacifista e nonviolenta, figlia di una retorica di guerra che per tutta la vita ha contrastato.

Analogo tentativo di “normalizzare la guerra”, addirittura tra gli studenti e le studentesse della scuola secondaria di primo grado, si è consumato presso l’Istituto “Mazzini-Modugno” di Bari nel gennaio 2026. Qui l’Osservatorio ha fortemente criticato la presenza di militari all’interno della scuola per attività di orientamento, arrivando a trasformare le aule scolastiche in “succursali di caserme” con una indebita esposizione di materiale promozionale volto a pubblicizzare la carriera delle armi tra i ragazzi e le ragazze.

Nel gennaio 2026, invece, è la Scuola Secondaria di I grado “Tommaso Fiore” di Altamura (BA) ad ospitare la Marina Militare di Taranto per un incontro di orientamento intitolato “Il futuro è qui” rivolto a studenti di circa 13 anni. L’attività, regolata da un Protocollo d’intesa siglato il 7 agosto 2023 tra lo Stato Maggiore della Marina e il Ministero dell’Istruzione e del merito, è funzionale a diffondere la cultura bellica e a reclutare personale tra i giovanissimi, contrastando con i valori democratici della scuola della Costituzione.

Sempre la Marina Militare con il Comandante Fabio Dal Cin, nel gennaio 2026, presso l’Aula Magna dell’IIS “Righi” di Taranto, è protagonista di un incontro di orientamento post-diploma per le quinte classi, presentando la Forza Armata come un’opportunità di carriera e un rimedio contro il disagio giovanile. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha rilevato da tempo come questa operazione di propaganda ideologica e d’immagine vada di pari passo con la criminalizzazione dei giovani. L’uso di modelli basati sulla gerarchia, sulla disciplina militare e sulla virilità del comando è spesso la retorica privilegiata, per nulla inedita, dell’ideologia militarista utilizzata per risolvere le fragilità dei ragazzi e delle ragazze. Come docenti, educatori ed educatrici sappiamo che tale ubriacatura nazionalistica contrasta nettamente con i principi di partecipazione ed educazione inclusiva propri della scuola della Costituzione, principi che dovremmo sostenere e realizzare nei contesti educativi.

Altrettanto preoccupanti, per la specifica tipologia di retorica militarista, che fa il paio addirittura con l’educazione militare introdotta nelle scuole durante il periodo fascista, nonché pericolose, per la sicurezza dei ragazzi e delle ragazze, sono le visite effettuate direttamente nelle caserme. Nel febbraio 2026, alcune classi quinte dell’IISS “Moccia-Vanoni” di Nardò (LE), hanno effettuato una visita guidata presso la Caserma “Floriani” di Torre Veneri, sede del reggimento addestrativo della Scuola di Cavalleria dell’Esercito. Esse sono avvenute, in maniera piuttosto inspiegabile, nell’ambito delle “Giornate di promozione della cultura scientifica”, quando, invece, il limitrofo poligono di tiro solleverebbe importanti questioni riguardanti proprio l’impatto ambientale e sociale del sito, rimasto attivo con esercitazioni a fuoco anche il giorno stesso della visita. Presso la stessa base sono stati condotti circa 500 studenti e studentesse di vari istituti salentini (tra cui scuole di Lecce, Martano e Maglie).

E, purtroppo, la retorica militarista pervade anche lo stesso linguaggio burocratico che si adotta all’interno delle scuole; infatti, l’Osservatorio ha rilevato nel testo della circolare diramata dalla dirigente dell’IC “Taurisano” di Lecce, con la quale s’invita a visitare l’aeroporto militare di Galatina in occasione dell’80° anniversario della sua Scuola di Volo, un linguaggio giudicato pura propaganda militarista volta ad avvicinare le nuove generazioni alla carriera nelle armi. In maniera del tutto acritica si tende a produrre una narrazione neutrale di queste visite, quando, in realtà, andrebbe evidenziata la drammaticità dei conflitti moderni, degli attacchi devastanti agli obiettivi civili, dell’incoscienza con cui andiamo incontro, ancora una volta, a genocidi di cui ci rendiamo complici. Non si può non notare come la dirigenza scolastica in questo caso venga meno alla propria funzione educativa, la quale dovrebbe, invece, stimolare la consapevolezza e il pensiero critico degli studenti e delle studentesse anziché promuovere la cultura della guerra.

Bambini alle esercitazioni militari a Gioia del Colle

Ancora, nel febbraio 2026, in occasione del Giorno del ricordo istituito con la legge del 30 marzo 2004, gli studenti e le studentesse del Liceo Scientifico “Arcangelo Scacchi” di Bari, in accordo ad un canovaccio già rodato che vede la celebrazione da parte dei militari nelle scuole di giornate dalla forte retorica nazionalistica, hanno partecipato a una commemorazione delle vittime delle foibe presso la vicina Caserma “Picca”. In questo caso, oltre alla ricostruzione storica piuttosto discutibile dell’evento da parte del relatore Prof. Neri, il quale in un precedente convegno a Trinitapoli nel 2024 aveva parlato di 20.000 vittime a fronte dei dati scientifici di 3.000-5.000, ciò che si rigetta categoricamente è lo svolgimento di attività didattiche in contesti d’arma. Lo spostamento delle lezioni dalle aule scolastiche agli spazi militari promuove una “pedagogia nera”, incentrata sull’obbedienza gerarchica e sulla costruzione di immaginari di guerra possibile, sottraendo alla scuola il suo ruolo naturale di dibattito critico, nonviolento e democratico.

A Terlizzi (BA), inoltre, nell’aprile 2026 presso il polo liceale “Sylos Fiore” è stato avviato un percorso specifico di orientamento alle carriere militari rivolto a 21 studenti del terzo, quarto e quinto anno. Il progetto, strutturato in incontri pomeridiani ha previsto anche visite al Comando Generale di Bari, oltre a incontri con professionisti del settore. È quantomeno singolare osservare in questo caso come i fondi pubblici del Programma Operativo Complementare (POC), destinati al Mezzogiorno per contrastare la dispersione scolastica, vengano utilizzati per promuovere l’arruolamento come risposta alla precarietà occupazionale giovanile. 

Un classico esempio di esternalizzazione dell’insegnamento e del disimpegno dei/delle docenti nei confronti dell’insegnamento dell’educazione civica consiste nell’affidamento, ad esempio, dei percorsi di “Cultura della legalità”, e non solo, ai Carabinieri e alla Forze Armate in generale. Accade così che nel marzo 2026 presso il Liceo “Vito Fornari” di Molfetta va in scena la prevenzione dell’uso di stupefacenti con cani antidroga alla ricerca del tossicodipendente o dello spacciatore. È chiaro che vi è ormai la tendenza a delegare compiti educativi e sociali alle forze dell’ordine, sorvolando sulla stigmatizzazione dell’approccio puramente repressivo e securitario nei confronti dei giovani. La scuola dovrebbe affrontare il tema delle dipendenze da una prospettiva scientifica e formativa, coinvolgendo figure professionali come tossicologi o neurologi, anziché normalizzare la presenza di personale in divisa e armato all’interno dei contesti scolastici.

Analogamente, in una scuola di Monteiasi (TA) nel febbraio 2026 si svolge un incontro sul bullismo condotto da un Capitano dei Carabinieri. Anche in questo caso si è preferito delegare problematiche relazionali complesse (come il bullismo) a figure in divisa, oscillando tra paternalismo e repressione. Il bullismo è un fenomeno sociale radicato anche nel contesto locale e culturale, che richiede l’autorevolezza pedagogica degli insegnanti e l’ascolto delle dinamiche di gruppo, anziché una “orto-pedagogia correttiva”, che abitua i giovani a familiarizzare con le forze dell’ordine e con logiche di controllo e punizione.

Per quanto riguarda l’ambito universitario, invece, se è vero che la pressione degli studenti e delle studentesse sia riuscita a strappare le dimissioni del Rettore dell’Università di Bari, prof. Stefano Bronzini, dal Consiglio di amministrazione della Fondazione Med-Or, legata a Leonardo SpA, industri leader nella costruzione di strumenti di morte, è anche vero che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si è trovato a contestare un bando di concorso della medesima Università di Bari per un posto a tempo indeterminato come “Tutor specialistico” con la riserva di posti prioritari a favore del personale delle Forze Armate, una procedura diffusa e riscontrata anche in analoghi bandi pubblicati dall’Università del Salento (Lecce). Anche in questo caso, si tratta di una strategia di militarizzazione del settore pubblico volta a normalizzare la cultura della guerra all’interno della società, in netta contrapposizione con i valori di pace, inclusione e pensiero critico che il mondo accademico dovrebbe preservare.

Infine, da anni ormai l’Osservatorio denuncia la deriva militarista all’interno della Fiera del Levante di Bari, criticando la presenza di un’area espositiva dell’Esercito con carri armati e attività di military training per bambine/i e ragazze/i, un evento diventato un vero e proprio strumento di propaganda bellica, sul cui sfondo si colloca, tuttavia, la complicità della politica e dell’industria bellica locale legate a doppio mandato all’indotto di Leonardo SpA presente anche a Grottaglie (TA). 

Ad ogni modo, la mobilitazione della società civile pugliese si dimostra un ottimo segnale, perché si comincia a prendere coscienza che la narrazione militarista, foriera di morte, si può invertire. Le politiche securitarie e la “cultura della difesa”, che sempre più stanno pervadendo non solo le scuole, ma anche le università e i luoghi in cui si riproducono processi di formazione, sono l’anticamera della guerra: ogni volta che nel corso della storia gli Stati hanno sentito l’esigenza di difendersi, con una conseguente militarizzazione dei luoghi pubblici, tali iniziative hanno insospettito gli Stati viciniori, che a loro volta si sono armati, e condotto a guerre.

Esempi virtuosi di presa in carico da parte della società civile dei processi di costruzione di narrazioni differenti da quelle interessate agli affari capitalistici e militari ce ne sono diversi. Si potrebbe far riferimento a ciò che è accaduto a Gioia del Colle (BA), dove la pressione della società civile è riuscita a bloccare lo svolgimento della dodicesima edizione della corsa podistica “Corri con Gioia” all’interno della base aerea del 36° Stormo. L’iniziativa era stata criticata dal Comitato Cittadino per la Pace e dall’Osservatorio per via di un messaggio promozionale che accostava le prestazioni sportive alla potenza dei caccia militari Eurofighter Typhoon, oltre che per ragioni di opportunità politica e di sicurezza. Dopo il silenzio iniziale del Comune, del Ministero della Difesa e degli organizzatori, la mobilitazione della società civile ha spinto la Prefettura a emettere un divieto di accesso alla base a circa una settimana dallo svolgimento dell’evento, costringendo a spostare la corsa all’esterno. La vicenda è chiaramente una vittoria dei movimenti antimilitaristi pugliesi (tra cui anche Emergency e il Movimento Nonviolento) e un esempio di come l’attivismo dal basso possa fermare la normalizzazione della cultura bellica nei territori.

Basta prendere coraggio e avviare una riflessione condivisa sul progetto di pace che intendiamo costruire nella società civile, ma a partire, innanzitutto, dai luoghi della formazione, dalla scuola e dall’università.


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