«Il cibo è un’arma. 
Quando controlli il cibo, controlli la società. Quando controlli i semi, controlli la vita sulla terra». 
Vandana Shiva, 
The Seeds of Vandana Shiva, 2021.

«Oggi il peccato si manifesta con tutta la sua forza distruttiva nelle […] varie forme di violenza e maltrattamento, nell’abbandono dei più vulnerabili, negli attacchi alla natura».
Papa Francesco,
Lettera enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune,
2015.

Il distretto agroecologico come laboratorio di democrazia

Il Distretto Agroecologico delle Murge e del Bradano è una realtà interregionale riconosciuta dalla Regione Puglia e iscritta dal 2020 nell’Albo nazionale dei Distretti del Cibo. Nasce dalla volontà di una parte delle comunità appulo-lucane di dare vita a un presidio territoriale che pone al centro l’agroecologia come modello di riferimento per la transizione dell’agricoltura e dell’intero sistema del cibo verso un modello alimentare sostenibile e equo. Il Distretto non è soltanto un programma di sviluppo o un piano strategico, ma si configura come un vero e proprio laboratorio “a cielo aperto” per la partecipazione democratica, in cui riapproprianci delle scelte rispetto a nostri territori. La nostra missione nasce dalla volontà di auto-riconoscimento delle comunità locali che intendono costruire un terreno comune d’incontro, mettendo in rete le risorse naturali, culturali e sociali del territorio appulo-lucano. In un’epoca segnata da crisi interconnesse, il Distretto promuove uno sviluppo endogeno e sostenibile che mette al centro la sovranità alimentare, seguendo i principi del movimento internazionale della Via Campesina e dell’IFOAM (Federazione Internazionale dei Movimenti di Agricoltura Biologica). Marciamo per la pace perché siamo consapevoli che il sistema agroalimentare industriale, basato sull’economia fossile, sullo sfruttamento e sul profitto, è intrinsecamente legato a una logica di conflitto che dobbiamo contrastare attraverso l’agroecologia. L’agroecologia è infatti incompatibile con il paradigma dell’agroindustria fossile e con quello del militarismo: entrambi si fondano sulla concentrazione del potere, sull’estrazione delle risorse, sulla dipendenza tecnologica e sulla competizione, mentre l’agroecologia promuove autonomia, cooperazione, biodiversità, democrazia e cura dei beni comuni. Questa consapevolezza costituisce il filo conduttore delle riflessioni che seguono.

L’agroindustria e la concentrazione del potere alimentare

L’attuale sistema agroalimentare industriale, è riuscita a fornire cibo a una buona parte della popolazione mondiale, ma la sua sostenibilità e capacità di affrontare le crisi alimentari è messa fortemente in discussione a causa di una serie sempre più ben documentata di impatti negativi interconnessi.

Questo sistema è organizzato su filiere globalizzate e fortemente concentrate, che riducono l’autonomia delle comunità agricole e dei territori, compromettendo la sovranità alimentare dei popoli. La crescente concentrazione del controllo delle sementi, degli input agricoli, della trasformazione e della distribuzione del cibo nelle mani di un numero sempre più ristretto di grandi gruppi economici rende il cibo una risorsa strategica e un fattore di potere.

L’uso intensivo di combustibili fossili, grandi macchinari, fertilizzanti e pesticidi di sintesi, irrigazione ad alta intensità energetica, trasporti su lunghe distanze e processi industriali di trasformazione degli alimenti rende l’intero sistema vulnerabile alle crisi energetiche e geopolitiche,oltre che contribuire alla crisi ambientale.

Le conseguenze sono evidenti: la deforestazione continua per far spazio alle produzioni destinate ai mercati globali e monocolture che sostituiscono sistemi agricoli ricchi di biodiversità determinando un progressivo impoverimento genetico delle colture; l’uso crescente di pesticidi e fertilizzanti alimenta l’inquinamento di suoli e acque e genera una spirale di dipendenza tecnologica e di aumento dei costi che penalizza soprattutto i piccoli-medi agricoltori. Parallelamente, l’espansione di alimenti ultraprocessati e di innovazioni tecnologiche presentate come soluzione alla crisi alimentare rischia di rafforzare ulteriormente la concentrazione del controllo sulle filiere, senza affrontarne le cause strutturali.

Questo modello produttivo produce rilevanti costi ambientali e sociali: degrada il suolo, riduce la biodiversità, accelera il caos climatico, indebolisce le economie rurali, marginalizza i piccoli produttori e l’artigianato alimentare locale e rende le comunità sempre più dipendenti da mercati globali instabili. Produce anche profonde diseguaglianze anche nell’accesso al cibo sano: in questo sistema il cibo di qualità non è accessibile a tutti, mentre quello a basso costo manca di nutrimento e costituisce una minaccia per la salute.

Per questo l’agroecologia non rappresenta soltanto un diverso modo di coltivare la terra, ma un progetto di democratizzazione del sistema alimentare, fondato sulla diversificazione biologica, sull’autonomia dei territori, sulla cooperazione, sulla valorizzazione dei saperi contadini e sulla gestione condivisa dei beni comuni.

Guerra, militarismo e insicurezza alimentare

La letteratura scientifica e organizzazioni internazionali come FAO e SIPRI riconoscono i conflitti armati come una delle principali cause dell’insicurezza alimentare globale. Le guerre distruggono aziende agricole, infrastrutture, mercati e reti di distribuzione, contaminano suoli e risorse idriche e costringono milioni di persone ad abbandonare le proprie terre, compromettendo la capacità produttiva dei territori. In molti conflitti recenti, la devastazione dell’ambiente e delle risorse naturali è divenuta una vera e propria strategia militare, attraverso la distruzione di pozzi, oliveti, coltivazioni e attività di pesca, rendendo interi territori sempre più invivibili.

A ciò si aggiunge un legame meno visibile ma altrettanto significativo tra industria militare e agricoltura. Nel corso del tempo, numerose tecnologie e prodotti sviluppati per scopi bellici sono stati trasferiti al settore agroalimentare, mentre il crescente sviluppo dell’agritech alimenta a sua volta innovazioni di interesse militare, rafforzando quello che diversi studiosi definiscono un “complesso agro-militare”. In questo contesto, la guerra non rappresenta solo una conseguenza delle crisi alimentari, ma contribuisce anche a perpetuarle, alimentando nuove disuguaglianze, tensioni e conflitti. Per questo motivo, la costruzione della pace, il disarmo e la trasformazione agroecologica dei sistemi alimentari devono essere considerati obiettivi strettamente interconnessi.

L’impatto ecologico del militarismo e l’urgenza del disarmo

Il militarismo è uno dei principali motori del collasso ecologico globale. Le forze armate mondiali sono responsabili di circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra; se fossero una nazione, i militari del mondo si classificherebbero come il quarto più grande emettitore di carbonio al mondo. La produzione e l’uso di armamenti dipendono dal saccheggio incessante di risorse naturali come minerali, petrolio e gas, portando al superamento dei confini planetari sicuri. Nel 2024, la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.443 miliardi di dollari, risorse immense che vengono sottratte alla transizione ecologica e al benessere sociale. Il disarmo non è quindi solo una scelta etica, ma una necessità strategica: seguendo il paradigma dell’ecologia integrale proposto da Papa Francesco nella Laudato si’ e successive dichiarazioni, dobbiamo convertire le spese militari in investimenti per la tutela della “casa comune” e per sistemi alimentari giusti e resilienti.

L’agroecologia come alternativa al paradigma della guerra

L’agroecologia emerge come un’alternativa radicale al regime agroalimentare globalizzato, capace di trasformare non solo le tecniche di coltivazione, ma anche le strutture socio-politiche e culturali che governano il rapporto con il cibo. Passando da una dipendenza tossica da input esterni a sistemi fondati su processi biologici interni e sulla biodiversità, attraverso il supporto di una scienza agroecologica condivisa, le comunità di agricoltori recuperano la propria autonomia e resilienza. Questo modello riduce le vulnerabilità legate alle tensioni geopolitiche, promuove la gestione collettiva delle risorse naturali, riconosce i saperi indigeni e contadini, favorisce approcci collaborativi e relazioni tra chi coltiva e chi consuma. La transizione agroecologica richiede però un ambiente privo di conflitti: la pace è la condizione essenziale per garantire la sicurezza delle comunità e la continuità della produzione, mentre l’agroecologia stessa diventa uno strumento per prevenire la violenza attraverso la giustizia sociale e ambientale.

Costruire pace attraverso la sovranità alimentare

La transizione verso sistemi agroecologici è un processo complesso e difficile da implementare, ma rappresenta un cambiamento imprescindibile per affrontare la policrisi che stiamo vivendo e le sfide connesse: della sicurezza alimentare, del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità, del degrado degli ecosistemi e delle crescenti disuguaglianze sociali. Pur fondandosi su principi comuni, questa transizione richiede approcci locali, capaci di adattarsi alle specifiche condizioni geo-climatiche, ecologiche, sociali, economiche e politiche dei diversi territori. Tuttavia, la trasformazione dei sistemi alimentari non può realizzarsi in contesti segnati da guerre, conflitti e crescente militarizzazione. La pace rappresenta una condizione essenziale per garantire la tutela delle risorse naturali, la sicurezza delle comunità rurali e la continuità delle produzioni agricole. Allo stesso tempo, il disarmo costituisce una scelta strategica che permette di destinare risorse economiche, scientifiche e politiche agli investimenti necessari per la transizione agroecologica, anziché alla produzione e all’impiego di armamenti. Agroecologia, pace e disarmo sono quindi obiettivi strettamente interconnessi: promuovere sistemi agricoli sostenibili significa anche costruire società più giuste, resilienti e capaci di prevenire i conflitti attraverso una gestione equa delle risorse e la cooperazione tra i popoli.


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